giovedì 6 settembre 2012

Ali, Esperienza a Lourdes


Mi sono ritrovato all’Ufficio Cristiano al servizio delle persone portatrici di Handicap (OCH) e dei loro familiari.   Esperienza di ALI Nnaemeka Cornelius

Amo l’avventura e mi sono sempre lasciato prendere da questa voglia che mi dà tanta gioia. Due anni fa, fuggendo da me stesso per cercare di respirare un’aria diversa da quella che i miei primi mesi in Europa mi avevano offerto, mi sono ritrovato in una comunità che non  mi ha lasciato indifferente. Questa prima avventura, cominciata nel dicembre del 2010 a Loppiano, in Italia, mi ha fatto scoprire il Movimento dei Focolari, un  gruppo che risponde a quella visione del mondo che ho sempre cercato.
Quest’anno invece, l’avventura (o forse la Provvidenza, in essa non ci capisco ancora granché) mi ha condotto a Lourdes, in Francia. La sola differenza tra la mia avventura di Lourdes e quella di Loppiano è che mentre sono stato io a scegliere di andare a Loppiano, a Lourdes è stata la mia comunità a mandarmi. 


Lo Scolasticato Internazionale Romano, di cui faccio parte, manda sempre degli scolastici a dare una mano al Servizio-Giovani di Lourdes, e quest’anno è toccato a me. In verità, se avessi potuto scegliere, avrei preferito ritornare in Spagna ad approfondire lo spagnolo. Ma ho accolto quello che la mia comunità aveva scelto per me e così mi sono ritrovato a Lourdes dal 2 al 23 luglio.
Al primo incontro del gruppo di volontari di cui facevo parte, ero meravigliato dei motivi che spingevano i giovani a offrirsi per questo servizio. Quelli che erano già venuti altre volte, dicevano di ritornarci volentieri per poter vivere qualcosa di straordinario. Per non scandalizzare questi giovani, sono stato obbligato di dire che anch’io ero là per mia propria scelta. In realtà, è perché questo faceva parte della mia formazione.
Ma, anche se non avevo scelto io di andarci, volevo andare avanti, spinto dall’entusiasmo di questi giovani. Tuttavia, la mia avventura liberatrice è cominciata soltanto quando ci è toccato di andare all’Ufficio per Handicappati e soprattutto quando ho espresso la mia paura di trovarmi di fronte a queste persone. Mi ricordo bene l’accoglienza riservatami dall’équipe dell’OCH: Mi hanno lanciato una sfida dicendomi che la mia paura non era altro che illusione. E la sfida consisteva nel fare un’esperienza con l’OCH per vedere se la mia paura era giustificabile o era solo timore di fronte all’ignoto. Dopo aver ricevuto le istruzioni necessarie per poter trattare con le persone handicappate, sono partito senza promettere di ritornare, anche se dicevo a me stesso che dovevo approfittare di tale occasione per scoprire questo mondo a me sconosciuto.
E così, quando il Servizio-Giovani ci ha proposto di andare all’OCH, non ho esitato a iscrivermi. Il primo giorno, ho avuto la fortuna di  entrare in contatto con persone handicappate che mi hanno liberato. Ne citerò alcune: Camilla, cieca da trent’anni,  con la sua voce angelica e la sua incredibile attenzione;  Marco e il suo amore del servizio; Monica  con i suoi preziosi consigli e sua la capacità di ascolto; e poi la gioia e il talento artistico di Bruno e le capacità di animazione di Didier… Grazie a loro, ho capito meglio le parole di Jean Vanier, fondatore de l’Arche : “Io credo all’importanza di ogni persona qualunque siano i suoi limiti, la sua povertà o i suoi doni. La vita di ciascuno ha un senso. Io credo alla storia sacra di ogni persona, alla sua bellezza e al suo valore”. Devo confessare che, prima di incontrarle, io non vedevo nelle persone handicappate che il loro problema di handicap, e la debolezza e il limite che la loro esistenza poneva alla divina creazione. Ed ero come in rivolta contro il Dio Buono che si mostrava incapace di fare buone tutte le cose. Ma questa avventura di Lourdes mi ha mostrato che Dio non sbaglia mai, ma elargisce i suoi doni a ciascuno in modo diverso. Egli fa o lascia in vita persone apparentemente handicappate o fisicamente limitate, ma le dota di capacità incredibili, di bontà fuori dal comune, di un’anima grande come il mondo.
La vita all’OCH è tale che invece di aiutare gli handicappati sono loro che aiutano i novizi come me. Con stupore ho capito che la prima cosa richiesta a un volontario è di avere un cuore che ama e la capacità di ascoltare, nient’altro è richiesto per lavorare in un  tale ambiente. Le persone portatrici di handicap hanno questa capacità di amare e non chiedono altro che di essere, a loro volta, amate. Ed è ciò che ho cercato di fare durante questo tempo passato a Lourdes. Ho imparato ad amare ciascuno e a vedere il dono nascosto in lui. Ho compreso che il più grande regalo che possiamo fare a queste persone è di aiutarle a scoprire e a valorizzare questa umanità sacra che c’è in loro.
Alla fine del mio soggiorno a Lourdes, e soprattutto dopo il mio passaggio all’OCH, sapevo che dovevo ritornare nella mia comunità con questo amore appena scoperto, ma come in ogni separazione, c’era in me una certa tristezza a lasciare queste persone che mi hanno fatto scoprire questo aspetto meraviglioso della mia esistenza. E così ho scoperto che ogni individuo, indipendentemente dai suoi limiti, porta in lui una storia sacra che completa la nostra esistenza.  Ecco perché mi sono ritrovato al l’OCH di Lourdes.

Fr:  Je me suis retrouvé à l’Office Chrétien des Personnes Handicapées et de leurs familles (OCH) de Lourdes

J’aime l’aventure et je me laisse toujours emporter par cette passion qui m’a toujours apporté le bonheur. Il y a deux ans, en fuyant de moi-même, en cherchant un lieu où je pourrai respirer un air différent de celui dont mes premiers mois en Europe m’ont d’abord offert, je me suis retrouvé dans une communauté qui ne m’a pas laissé indifférent. Cette aventure qui a eu lieu en Décembre de 2010 en Italie (Loppiano), m’a fait découvrir le Mouvement des Focolari, un groupe qui répond nettement à une vision du monde que j’ai toujours cherché.
Cette année par contre, l’aventure, et non pas la Providence, car de cette dernière, je ne comprends pas encore grande chose, m’a amené à Lourdes, France. La seule différence entre mon aventure de Lourdes et celle de Loppiano est que j’ai choisi d’aller à Loppiano alors que pour celle de Lourdes c’était un choix de ma communauté. Cette dernière, disons qui est le Scolasticat International Romain, envoie toujours des scolastiques au Service-Jeunes de Notre-Dame de Lourdes pour donner leur soutien et cette année, j’ai été désigné. En réalité, si j’avais pu choisir où je voulais passer ces vacances d’été, j’aurais bien aimé aller approfondir l’Espagnol, mais comme la communauté en a décidé autrement, je me suis laissé faire et c’est comme ça que je me suis retrouvé à Lourdes du 2 au 23 Juillet de cette année.
A la première rencontre qui a eu lieu pour les bénévoles de cette session dont je faisais parti, j’étais émerveillé d’écouter les motivations des autres jeunes. Certains qui avaient déjà fait cette expérience voulaient la revivre alors que d’autres exprimaient leur désir de vivre quelque chose d’extraordinaire. J’étais obligé de ne pas scandaliser ces jeunes en leur faisant croire que je suis venu de mon  plein gré. Mais en réalité, c’est parce que cela faisait partie de ma formation.
Même si je n’avais pas choisi d’y aller, j’étais motivé d’aller en avant par la force de ces jeunes tant enthousiasmés. Toutefois, mon aventure libératrice n’a commencé que quand nous sommes allés à l’OCH et surtout quand j’ai exprimé ma peur vis-à-vis des personnes malades et handicapées.  Je me souviens très bien de l’accueil qui nous a été offert par l’équipe de l’OCH. Ces derniers m’ont lancé un défi, en me faisant comprendre que ma peur n’était qu’une illusion. Le défi consistait en ce que je fasse une expérience à l’OCH, pour voir si réellement mes inquiétudes étaient justifiables ou juste la peur de l’inconnu. Ayant reçu le premier jour une initiation à la première approche des personnes malades et handicapées, je n’ai fait aucune promesse d’y retourner, tout en me disant au fond de moi-même qu’il me faut profiter de cette occasion pour découvrir ce monde qui m’est toujours resté inconnu.
La première fois que le Service-Jeunes nous a proposé d’aller aider à l’OCH, je n’ai pas hésité de m’inscrire dans le groupe. Le premier jour, j’ai eu la chance de rencontrer des personnes touchées par le handicap, qui m’ont franchement libéré. Je ne citerai que quelques-unes d’entre elles. La voix angélique et une attention incroyable de Camille, devenue aveugle après plus de 30 ans, la capacité et l’amour du service de Marc, les conseils et la capacité d’écoute de Monique, pédiatre atteint d’une maladie dégénérative après 25 ans de service en qualité de Médecine, la joie et le talent artistique de Bruno et la capacité d’animation de Didier, pour ne citer que ceux-ci, m’ont franchement fait comprendre mieux les paroles de Jean Vanier : « Je crois dans l’importance de chaque personne, quels que soit ses limites, sa pauvreté ou ses dons. Il y a un sens à la vie de chacun, même si on ne le voit pas. Je crois dans l’histoire sacrée de chaque personne, dans sa beauté et sa valeur »[1].  Je dois confesser qu’avant de les rencontrer, je ne voyais dans les personnes malades, et surtout, dans les personnes handicapées que le problème, l’incapacité, la faiblesse et la limitation de la création divine.
Ils me faisaient révolter passivement contre ce Bon Dieu que je croyais incapable de faire toute bonne chose. Mais cette aventure de Lourdes  m’a vraiment fait voir que Dieu ne se trompe jamais mais seulement qu’il équipe chacun diversement. Il fait ou laisse certaines personnes apparemment handicapées ou physiquement inapte mais il n’oublie pas de les équiper d’une capacité incroyable, d’une bonté hors du commun et d’une âme assez aussi grande que le monde, pour utiliser une expression chère aux Missionnaires Oblats de Marie Immaculée.
La vie à l’OCH est faite de telle sorte que parfois, au lieu d’aider les personnes handicapées, les novices dans ce domaine, comme moi, se font aider. J’étais d’abord étonné de comprendre que la première exigence pour les bénévoles, est d’avoir un cœur qui sait aimer et capable d’écouter. En réalité, on n’a pratiquement besoin de rien d’autre que la capacité d’aimer pour y travailler. Les personnes handicapées, contrairement à ce que je croyais, ont une capacité incroyable d’aimer. Elles n’ont besoin que d’être aimé en retour, comme tout le monde. Et c’est ce que j’ai fait pendant mon séjour à Lourdes. J’ai appris à aimer tout le monde et voir ce don caché dans chaque individu. J’ai aussi appris que le plus grand cadeau que nous puissions faire à l’autre est de lui faire découvrir ou valoriser cette humanité sacrée en lui.
A la fin de mon séjour à Lourdes, et surtout à la fin de mon passage à l’OCH, je savais que je devrais repartir dans ma communauté avec cet amour que j’ai découvert, mais comme toute séparation, je sentais la tristesse de laisser toutes ces personnes qui m’ont fait découvrir cet aspect merveilleux de mon existence. A la fin, j’ai découvert que chaque individu, indépendamment de ses limites, a une histoire sacrée qui complète notre existence. Voilà pourquoi je m’étais retrouvé à l’OCH de Lourdes. 


[1] Jean Vanier, lettre à des amis, Ed. Livre Ouvert, Mesnil Saint-Loup, 2008, p. 48.

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